Avvocati, in Italia sono già troppi

Avvocati, in Italia sono già troppi

Gli avvocati in Italia sono troppi. A rendere eccessivo il numero di praticanti non sono solo quelli che operano all’interno delle aule di tribunale, ma anche quelli impiegati nella pubblica amministrazione, in molte aziende e fra le forze dell’ordine. Per un totale, nel nostro Paese, che arriva quasi a quota 235mila. A confermare questo numero sono in particolare gli ultimi dati presentati dal Consiglio nazionale forense, aggiornati al mese di luglio del 2014, tali da far ammettere allo stesso presidente dell’Ugai, Massimo Autieri, che non se la sente di consigliare ai giovani di iscriversi a giurisprudenza, se vogliono raggiungere con una certa sicurezza livelli reddituali adeguati agli studi condotti. Se l’Università è in fondo soltanto una delle tappe da percorrere per avviarsi verso la carriera forense, il resto del percorso è poi destinato a rivelarsi non solo lungo, ma anche selettivo e costoso. Tale quindi da suggerire vie alternative, come del resto dicono ormai da tempo molti osservatori esterni, pronti a consigliare a chi si accinge ad iniziare la carriera universitaria di iscriversi ad altre facoltà, magari tecniche.

Dopo la laurea

  Lo studio redatto dall’Ugai, ricorda una serie di passi che sono praticamente indispensabili per chi intenda realmente avanzare in questo settore, come l’iscrizione obbligatoria alle scuole di specializzazione per le professioni legali, organizzate dalle università stesse, con durata biennale e costi elevati, almeno 2mila euro. In alternativa si può scegliere la scuola forense, limitata ad un anno, con numero chiuso e dai costi contenuti (300 euro), organizzata dall’Ordine degli Avvocati. Va infatti sottolineato come gli studi universitari non bastino per formare un avvocato, anche a causa di una preparazione meno intensiva rispetto al passato. Una volta finita la formazione, inizia il vero post laurea, con gli ormai famosi 18 mesi di praticantato in uno studio. Si tratta di un passo cruciale, in quanto proprio durante il praticantato si sceglie l’ambito di specializzazione per seguirne le udienze e scrivere gli atti. Va però messo in rilievo come ormai il praticantato assomigli ad una vera foresta, in cui i praticanti vengono sfruttati in qualità di semplici segretari, senza peraltro pagarli. Una pratica totalmente illegale non solo da un punto di vista deontologico, ma anche in base alla riforma forense, che però viene apertamente rivendicata dagli avvocati già praticanti, con la motivazione che chi esce dagli studi pre e post laurea non è ancora in grado di lavorare al meglio. In condizioni di questo genere, diventa perciò necessario il sostegno della famiglia, con l’ovvia conseguenza di buttare fuori dal mercato un anello debole come quello rappresentato da chi su un aiuto di questo genere non può contare. Nonostante ciò, la professione di avvocato continua ad essere contornata da un notevole fascino, se solo si guarda ai numeri, tanto da aver spinto le istituzioni a prendere in considerazione l’idea di porre ostacoli sempre più gravosi al suo accesso. Lo stesso Ugai, però, fornisce una valutazione negativa di quanto escogitato, ad esempio con la pratica impossibilità di avere i codici commentati. Una politica che però sembra funzionare, se si pensa che nel solo 2014 si sono cancellati dall’albo non meno di 6mila avvocati. Una decisione dovuta proprio ai costi eccessivi, tali da spingere qualcuno a parlare di vera e propria lotta di classe, con la quale la professione diventa possibile solo per chi fa parte di una famiglia di avvocati.

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